There is a version of this document in English: Conviviality without proximity

Diritti riproduttivi

Mentre le procedure di routine e non urgenti vengono rinviate nelle aree più colpite dall’epidemia, l’eccezionalità della situazione ha un impatto negativo sul diritto delle donne ad un aborto sicuro. Negli Stati Uniti, ad esempio, i legislatori repubblicani chiedono che qualsiasi nuovo finanziamento per combattere il COVID-19 includa l’emendamento Hyde anti-aborto.

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Pertanto, l’organizzazione di reti in grado di mappare quali ospedali stanno garantendo l’accesso all’interruzione volontaria di gravidanza sta diventando una priorità. In Italia, un Telegram Channel e una hotline 24/24h (+39 3319634889) sono stati aperti dalla rete di attiviste Obiezione Respinta, al fine di fornire un servizio di mappatura (aggiornato quotidianamente) e di informazione, su ospedali e farmacie che garantiscano diritti riproduttivi. Un altro esempio è questo elenco di servizi reperibili su Milano compilato dalla consultoria autogestita.

Violenza Domestica

Attenzione: per molti #restaacasa non è affatto un invito rassicurante. L’aumento della violenza domestica in un momento di domesticità forzata è stato ampiamente evidenziato nel primo epicentro della pandemia in Cina, dove i divorzi sono aumentati e l’hashtag #疫期反家暴 (Anti Domestic Violence During Epidemic) è stato utilizzato oltre 3.000 volte nell’ultimo mese.

Più recentemente, abbiamo visto emergere tendenze simili nel secondo epicentro, l’Italia, un paese tristemente noto, anche in tempi meno difficili, a causa dell’alto numero di femminicidi per mano di “coloro che detengono le chiavi di casa”. Negli ultimi giorni, video agghiaccianti di violenza domestica hanno iniziato a circolare sui social media. Video che le sentinelle femministe in rete stanno mappando e cercando di contenere.

L’azione più significativa per combattere la violenza domestica in questi tempi di domesticità forzata è stata messa in atto dalla rete di centri italiani anti-violenza DiRE, con il supporto comuincativo del movimento transfemminista nazionale Non Una Di Meno. Questa rete ha garantito il regolare funzionamento delle hotline nazionali e regionali per la segnalazione di violenza domestica.

In questo contesto, diventa sempre più chiaro come la violenza di genere e del genere sia un dispositivo strutturale contro cui attivare una prospettiva di trasformazione sistemica che va dall’educazione all’organizzazione del lavoro.

Guarda anche:

Lavoro di Cura

I lavoratori e le lavoratrici che affrontano i maggiori rischi per la loro salute in pandemia, sono quelli/e che svolgono gli essenziali compiti di riproduzione sociale, ad esempio gli/le addetti/e alle pulizie, infermieri/e, domestici/he, badanti e cassieri/e dei negozi di alimentari. Tuttavia, come raccontato spesso da attiviste e pensatrici femministe e transfemministe, questi i peggior lavori, anche senza pandemie, in termini di salario, precarietà, tutele e condizioni di sicurezza. Inoltre, massivamente razzializzati e sessualizzati.

Questa dichiarazione anonima di un’operatrice delle pulizie nel settore ospedaliero di Bergamo (una delle città più colpite dalla pandemia) è stata condivisa diverse volte sui social media:

“Siamo le lavoratrici invisibili. Siamo quelle che si alzano alle 5 del mattino, ma nessuno ci vede. Lasciamo solo il nostro passaggio di pulizia, spesso scontato. Come se non fosse cosi importante. Anche noi ci siamo.

Anche noi, operatrici addette al servizio di pulizia ospedaliero in questo periodo facciamo di tutto per rendere il nostro presidio più sicuro possibile. Noi ci siamo, nonostante nessuno ne parli, nonostante le paure, stante i rischi in cui anche noi e le nostre famiglie potremmo incorrere.

Ci siamo e lavoriamo anche se abbiamo un contratto collettivo scaduto da anni, con stipendi ridicoli. Sì, noi lavoriamo incessantemente come gli altri, per noi e per tutta la comunità”.

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Inoltre, anche le misure redistributive stanziate dal governo Italiano dopo alcune settimane dall’inizio della pandemia, il decreto Cura Italia, non sembrano ‘vedere’ le lavoratrici e i lavoratori del settore domestico e di assistenza. I provvedimenti in favore di questo settore, infatti, sono vaghi e non sufficienti, anche perché molte delle persone che svolgono lavoro di cura sono lavoratori e lavoratrici in nero e spesso migranti. Invece, è proprio da questo settore che dovremmo ripartire per pensare a una nuova forma di democrazia basata sulla cura.

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Un altro appello, su scala europea, sostiene come sia diventato assolutamente necessario sostenere le/i prestatrici/ori di cura attraverso un reddito che ne riconosca la funzione pubblica e le/i aiuti a svolgerla nel modo migliore possibile. Questo appello parte dalla piattaforma Green New Deal for Europe.

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Nel Regno Unito, il personale addetto alle pulizie, al facchinaggio e alla ristorazione, presso il Lewisham Hospital - struttura che tratta casi di Coronavirus - è in sciopero dacché l’ASS, l’appaltatore privato, non sta pagando i salari.

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Nel frattempo, un recente rapporto sul lavoro di cura pubblicato da Oxfam (ONG) stima che:

Tassare un ulteriore 0,5% la ricchezza dell’1% più ricco nei prossimi 10 anni, equivarrebbe al recupero degli investimenti necessari per creare 117 milioni di posti di lavoro nell’istruzione, nella sanità e nella cura degli anziani, nonché per chiudere i deficit di lavoro di riproduzione e assistenza.

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Altre risorse dal syllabus di Pirate Care

Per una più ampia introduzione alle problematiche insite nel lavoro di cura, puoi dare un’occhiata alle sessioni Situating Care e The Crisis of Care and its Criminalisation.

Ulteriori approfondimenti